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Terzo Giorno

Si risvegliò ancora una volta su un grattacielo.

Ancora.

Sembrava un sogno destinato a durare in eterno. Ma lui non voleva che durasse in eterno. Doveva finire, subito. Si guardò intorno. Non aveva mai visto quel grattacielo, non c’era mai salito. Portò la mano destra alla tasca dei pantaloni e ne estrasse il coltello della sera prima. Era identico fatta eccezione per il sangue.

Non c’era più.

I suoi abiti erano puliti. Si affacciò al bordo del grattacielo. Guardò in basso e trattenne il fiato.

Era capitato sul più alto della città.

Rimase sospeso nel vuoto seduto sul bordo. Capì di essere una nullità in confronto a quei giganti sul quale aveva passato la maggior parte della sua vita, i grattacieli. C’era una sorta di legame fra lui e quelle montagne di ferro e cemento. Tornò sul tetto. Un rumore aveva attratto la sua attenzione. La porta dell’ascensore.

Qualcuno stava salendo.

E non lo faceva in silenzio.

Notò con suo grande stupore che la porta era stata sbarrata. Era stato lui? E chi altri se non lui? A meno che sul grattacielo non ci fosse qualcun altro oltre a lui… Lo escluse. Era stato lui. Poi si accorse della struttura in ferro che correva in alto, sopra di lui. Almeno dieci metri di più in alto la cima della struttura. Era una parabola. L’aveva vista almeno mille volte in quelle notti. Forse l’aveva persino sognata tra una notte e l’altra. Un colpo fortissimo si udì alla porta.

Stavano per buttare giù la porta.

Un sospetto corse nella sua mente, galoppando, dando in automatico il comando alle sue gambe. Andò sul bordo del grattacielo e guardò in basso. Era altissimo, ma distinse chiaramente decine di lampeggianti sotto di lui. Nessuna sirena, ma i lampeggianti c’erano.

Un altro brivido.

Corse verso la struttura di ferro. Guardò in alto e cominciò a salire. Saliva agilmente, un braccio dopo l’altro aumentava la sua distanza da terra. Poi un colpo violento e la porta dell’ascensore si sfondò. Quattro agenti entrarono. Erano unità speciali, addestrati ad eliminare l’obiettivo senza pensarci due volte. Non gli avrebbero dato una seconda possibilità. Cosa diavolo aveva fatto quel giorno per portarsi alle calcagna tutta la polizia federale? Si nascose fra le sbarre di ferro. Era praticamente invisibile ad occhi normali, ma non era detto che quei quattro avessero dei visori notturni o ricettori di calore. Rimase ben nascosto con le spalle contro il freddo metallo. Non era neanche a metà della salita e non ci sarebbe mai arrivato se non escogitava qualcosa per muoversi senza farsi notare. I quattro si muovevano a destra e sinistra senza mai fermarsi. Puntavano il fucile d’assalto. Si muovevano con precisione, i movimenti studiati nel dettaglio. Nessuno dei quattro era attaccabile, erano praticamente invincibili a meno che le forze nemiche non fossero molto superiori..

Non era quello il suo caso…

Poi quello che sembrava il capo della piccola compagnia chiamò la base.

Avevano sbagliato i calcoli: Pensavano che non fosse più sul tetto.

Gravissimo errore.

Cominciarono a calarsi con i rampini, ognuno su un lato differente del grattacielo. Scendevano di un piano alla volta, analizzando ogni elemento sospetto.

Non aspettava altro.

Corse verso uno dei quattro rampini attaccati ai bordi del grattacielo e lo staccò.

Un urlo senza speranza echeggiò per tutta la zona circostanza.

Anche in strada metri e metri più in basso sentirono l’urlo. Subito la reazione. Sirene, urli, megafoni e il traffico cominciava a congestionarsi sotto il grattacielo. Clacson, sgommate, sirene: c’era di tutto.

Il suo incubo sembrava essersi avverato.

Fatto cadere uno della squadra speciale, si accorse subito che gli altri tre stavano risalendo, in fretta. Corse più veloce che poteva. Risalì sulla struttura di ferro. Le mani gelarono all’istante al contatto con la struttura. Risalì, più rapido di prima, sapendo perfettamente che questa volta si sarebbero accorti di lui, sarebbero andati più a fondo con le ricerche…

Era arrivato in cima.

Quasi senza pensarci estrasse il coltello. Z A.

Ancora niente, la sua mente era vuota.

Solo nebbia.

Alzò lo sguardo. Era in equilibrio, il punto più alto della città. Era fantastico, in quel momento solo l’antenna era più in alto di lui. Si sedette. Aveva appena lo spazio necessario a rimanere seduto. Le mani stringevano il coltello. Questa volta la memoria gli stava tornando.

La nebbia si stava dissipando.

Si mise in piedi. I suoi ricordi…

Le domande stavano per avere delle risposte. Fu come un treno in corsa che lo investiva. Un treno pieno di pensieri, idee, segreti, risposte. Rabbrividì ancora.

Era lui, nella sua mente. Il treno si fermò. Scese. Si guardò intorno. Decine di persone lo guardavano. Volti senza nome. Non li conosceva. O non se ne ricordava. Si avvicinò ad uno di questi. Portava una camicia da impiegato. Sulla sua testa comparvero due lettere, incise sulla sua fronte: Z A.

No. No Z A.

A Z.

L’ordine era invertito. E da quell’uomo, tutti gli altri vennero segnati allo stesso modo. Lo guardavano con espressione vuota. I loro occhi erano fissi su di lui, ma non sembravano guardarlo davvero. Guardavano oltre di lui. Erano paurosi. Lui si muoveva al rallentatore, gli sembrava di avere dei pesi nelle scarpe. Poi, in fondo alla file di uomini lo vide, lo riconobbe. C’era il ragazzo al quale aveva rubato la moto, l’uomo della squadra speciale, il poliziotto, il guardiano del grattacielo. Erano le persone che aveva ucciso. Guardò più attentamente il resto della fila. Non riconosceva nessun altro. Lì c’erano solo le persone che aveva ucciso. Erano almeno sessanta. Rabbrividì. In fondo alla fila una porta. La aprì. Si ritrovò sul tetto di un grattacielo, non era la sua città quella che vedeva lì fuori. Seduto, sul bordo, con le gambe sospese nel vuoto un uomo. Nella stessa posizione dove di solito era lui solito ad andare. Si avvicinò. L’uomo si voltò verso di lui e gli fece cenno di sedersi di fianco a lui. Ubbidì. L’uomo aveva più o meno quarant’anni. La barba incolta e i capelli neri. I suoi occhi erano color del ghiaccio. Abbaglianti. Era vestito con uno smoking nero. Sembrava appena uscito da una festa. Il suo sguardo era serio e non lasciava nulla al caso.

“Sai chi sono io?”

“No.”

L’uomo annuì. “Lo sospettavo.”
“Per adesso chiamami Alfa.”

“Ok… Cosa mi sta succedendo?”

Alfa lo guardò intensamente, facendolo rabbrividire. “Stai impazzendo.” Fece una pausa e tornò a guardare il panorama “Insieme a me.”

“Cosa intendi?”

“Vedi, se io sono l’Alfa, tu sei l’Omega.” Non capiva.
“Ti sei mai guardato allo specchio?”

Non ci aveva mai pensato, non gli era mai interessato! Ma il dubbio cominciava a roderlo.
“No.”

“Allora sappi una cosa. So che potrebbe sconvolgerti, ma io e te siamo la stessa persona.” Si alzò il piedi.

“Io sono il giorno, tu la notte; io l’Alfa, tu l’Omega; io la A, tu la Z.”

Omega sgranò gli occhi. Aveva capito. Estrasse il coltello.

Alfa fece lo stesso gesto ed estrasse un altro coltello le incisioni sul suo coltello erano diverse dalle sue: “A Z”. Omega guardò il suo per accertarsene: “Z A”.

“Ora capisci?” Omega annuì.

“Ormai è tempo che tu sappia ogni cosa. Apri la mente e tutte le tue domande avranno risposta.”

“No.”

Alfa lo guardò accigliato. “Che ti prende, non vuoi sapere la tua storia? Non vuoi porre termine a questo supplizio?”

“No. Porrò termine a questa storia a modo mio.”

“Ma ti rendi conto, io potrei darti una vita normale e tu la potresti dare a me! E’ stato il tuo desiderio di venirne a capo che ti ha portato da me!”

“Vita normale? Scherzi? Ormai sono, anzi, siamo ricercati dalla polizia federale, che vita normale vuoi che ci resti ormai? Preferisco non sapere.”

Alfa scattò verso il suo gemello e lo colpì con un pugno. Omega cadde a terra. “Ora basta, è tempo di finirla!” Si rialzò in piedi e spinse oltre il grattacielo Alfa. Mentre cadeva disse urlando, in modo che lo sentisse chiaramente
“Non può esistere una fine se non c’è un inizio, ma può esistere un inizio senza fine, ricordatelo bene.”
Il suo urlò si perse nella miriade di pensieri. Era risalito sul treno e ormai vedeva la luce bianca che lo investiva in pieno volto.

Riaprì gli occhi. Era sudato. Piegato su se stesso, al limite dell’equilibrio. Un elicottero girava pericolosamente intorno alla struttura di ferro. La luce del suo riflettore lo investì. Aspettò che il dolore agli occhi calasse e poi guardò in basso. Decine e decine di persone sotto di lui aspettavano.

“Ma cosa aspettano?” Si chiese.

L’unica domanda a cui poteva dare una risposta.

Si alzò in piedi.

Questa storia è giunta al termine.

Guardò ancora una volta sotto di sé.

Sospirò e lasciò che il suo corpo cadesse nel vuoto.
Lo aveva sognato per tanto tempo. Strinse a sé il coltello.

Mentre cadeva pensò “La storia finalmente ha fine.”

“Finalmente torno a casa.”
Quarto Giorno

La scientifica era lì già da tempo. Un investigatore del governo si avvicinò al medico. “Allora? Cos’è successo?” Il medico passò una cartella all’investigatore “E’ caduto da quella struttura lassù. L’investigatore distolse un attimo lo sguardo dalla cartella e guardò la cima del grattacielo. “Ragazzi… Avete ritrovato qualcosa di lui?” Il medico fece cenno di no con la testa “No, ma la cosa interessante è che il volto è assolutamente riconoscibile…”

“E….”

“…e allora, quel volto non esiste! Abbiamo cercato in qualunque archivio! Quell’uomo per il mondo intero non è mai esistito.”

L’investigatore riconsegnò la cartella al medico. “Sul serio?”

“Già. Venga, glielo faccio vedere.” Il medico gli fece oltrepassare un paio di nastri e si ritrovò davanti al corpo. Si avvicinò e notò subito che il volto era perfetto, sembrava che stesse dormendo. Sulla fronte, incise lievemente due simboli. L’investigatore si avvicinò leggermente per interpretarli: Alfa e Omega.

Il medico prelevò un sacchettino a tenuta stagna dalla sua tasca e lo porse all’investigatore. “Abbiamo anche trovato questo biglietto, lo teneva in mano.”

L’investigatore prese il contenitore e osservò il suo contenuto. Era un semplice pezzo di carta, sopra due parole scritte con un inchiostro nero, più fitto della notte:

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