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Secondo Giorno

L’immagine riprese in fretta colore. Un colore a lui ormai a lui familiare. Erano le mille e mille luci della città. Sembrava che fosse passato un secondo da quando l’orologio segnava le cinque e trentacinque. Questa volta era su un grattacielo ben più alto rispetto a quello del giorno prima. Stava impazzendo. Non aveva alcun scopo la sua vita. Ogni volta si risvegliava in un posto diverso, senza sapere nient’altro che questo. Diverse volte aveva pensato di uccidersi, ma prima voleva venire a capo di quell’equazione che sembrava risultare sempre uguale a “Impossibile”.

Impossibile ciò che gli stava capitando.

Faceva più freddo del giorno prima. Infilò le mani nella tasca centrale della felpa. E percepì un’altra volta il brivido gelido dietro la schiena. Si avvicinò al bordo, come ogni notte e guardò in basso. Non era certo di dove fosse esattamente, ma di sicuro non era uno dei posti più floridi della città. Sotto di sé vedeva barboni, accattoni, gang losche e in lontana anche qualche sparo. Dopo appena una decina di minuti una volante della polizia già passava nella strada sotto di lui. Ma non era per lui. C’era stata una sparatoria poco prima. Questa volta il grattacielo non aveva un parapetto, ma una ringhiera di circa un metro e mezzo. La scavalcò e rimase seduto sulla ringhiera a pochi centimetri dal vuoto. Gli piaceva quella sensazione, era adrenalina allo stato puro. Pensare che se avesse soltanto starnutito sarebbe stato sbalzato in avanti, nel nulla. Per un attimo guardò la tasca dei Jeans: All’interno c’era qualcosa… Mise la mano all’interno, ma la ritrasse quasi immediatamente, terrorizzato. Tornò con i piedi sul grattacielo e verificò con i suoi occhi.

Era un coltello.

Non era un coltello da cucina. No, di sicuro. Quello era un pugnale. Incise sulla lama due lettere: Z A.

Ma al momento la cosa che lo preoccupava era un’altra…

Sangue cremisi era ovunque. Imbrattavano i suoi Jeans, era sulle sue mani, sull’elsa, l’intera lama era rossa. Era fresco. Si tastò il corpo. Non aveva ferite.

Non era il suo.

Rimase appoggiato alla ringhiera esaminando il coltello in cerca di altri segni. Anche se in realtà stava solo cercando di capire come gli era finito nella tasca, ma le risposte non erano incise su quella lama. Poi si soffermò sulle due lettere: Z A.

Cosa significavano quei due segni?

Una sigla di un nome, un rebus o cos’altro? Inizio a camminare su e giù per il tetto, in cerca di risposte. Poi il suo sguardo venne attratto dalla porta dell’ascensore. Si avvicinò poco alla volta nel suo andare e venire e alla fine gli fu davanti, come per ingannare se stesso su quello che stava per fare…

Aprì la porta.

Si calò verso il basso attraverso i cavi che reggevano l’ascensore fino a che non ci arrivò sopra. Aprì la botola ed entrò nell’ascensore. Chiamò il piano terra. Le luci dell’ascensore gli davano molto fastidio. Erano intense, non come quelle dei grattacieli, la fuori. Le ruppe con il coltello. Con un leggero sfrigolio la luce si spense, lasciando l’ascensore completamente al buio.

Le porte si aprirono.

Uscì dall’ascensore e impugnò a modi pugnale il coltello. Corse verso l’uscita. Non riusciva a capire niente, era fuori di se. Assisteva chiaramente a ciò che stava facendo, senza essere lui a comandarlo. Fosse stato per lui sarebbe tornato su, sul tetto. A osservare le luci dei grattacieli e contarle, come se fossero stelle. Il suo cappuccio oscurava il suo volto. Nessuno poteva vederlo in faccia. Aveva raggiunto la porta di uscita quando una mano gli toccò la spalla. Era il guardiano. “Chi sei tu?” Si voltò lentamente. Il guardiano indietreggiò leggermente. Poi, prima che potesse fare qualunque cosa colpì…

Il coltello affondò nella carne.

Il guardiano lo guardò con occhi ciechi, poi cadde a terra.
Uscì dal grattacielo tenendo la lama del coltello dentro la tasca della felpa.

Sembrava che sapesse esattamente cosa stava facendo.

Percorse la strada quasi deserta. Avanzava a passi lenti e decisi. Le mani in tasca. Poi un urlo, uno sparo. Si voltò e vide due poliziotti avvicinarsi a lui, armi puntate. Alzò le mani e si fermò. I due si avvicinarono a lui.

Non finirà così!

Colpì il primo con una tale forza da buttarlo a terra. Poi corse via. Estrasse il coltello dalla tasca e si infilò in un vicolo buio. L’altro lo stava inseguendo. Approfittando del buio rimase appiattito contro il muro in attesa. Il secondo agente si fermò, non aveva la minima intenzione di avventurarsi nel buio. Chiamò la centrale, ma prima che potesse terminare la frase..

Ora.

Lo colpì nello stomaco col coltello. Cadde a terra con un ultimo gemito, ma ormail’allarme era scattato e la caccia all’uomo era cominciata. Corse attraverso il vicolo buio fino a raggiungere un cancello di ferro. Lo scavalcò agilmente e proseguì nella sua corsa. Intanto dalla città diversi urli scatenarono tutta la città. Corse e corse ancora fino a che non vide la sua unica via di salvezza. Una moto accesa, pronta a partire. Era una moto sportiva e il motore era già acceso. Sopra di esso era già presente un pilota. Si stava infilando il casco, ma sfortunatamente per lui aveva incrociato la persona sbagliata.

Quella moto non partì mai con il suo proprietario.

Il suo corpo giaceva gelido appoggiato contro un muro. La moto partì. Imboccò la statale e proseguì.

Più veloce!

Non sapeva neanche lui se sapeva guidare una moto, ma l’istinto gli disse di “Sì”. Infatti sembrava che fosse proprio nato per la strada. La polizia intanto lo stava braccando. Erano riusciti ad individuarlo. La moto si impennò e accelerò all’improvviso. Prese una stretta strada secondaria. Proseguì almeno cinque chilometri in strade buie e strette, poi ne uscì. Salì sul ponte. Era il ponte più lungo e grande della città e uno dei primi al mondo.

Mi hanno perso..

La polizia non era altro che una sirena in lontananza che sbiadiva a poco a poco. Arrivò a circa metà del ponte poi si fermò. Spense il motore e scese. Lasciò cadere il casco per terra. Si avvicinò al parapetto e cominciò a scendere.

Z A.. Non capisco…

Scese fino all’impalcatura di ferro e acciaio che reggeva la strada sopra di lui. Attese, bene al riparo da tutti. Era terrorizzato. Non era più lui. Stava impazzendo. Il coltello grondava ancora sangue, nuovo sangue. Cominciò ad agitarsi. Era coperto di sangue anche lui. Voleva lavarsi da quei crimini. Guardò in basso. Il fiume scorreva lento e placido una decina di metri più in basso. Si buttò. Era anche un abile nuotatore. Iniziò a nuotare sul fondo del fiume in apnea. Tornava in superficie di tanto in tanto per riprendere aria. In piena notte una testa avvolta da un cappuccio emergeva dal fiume mentre una pallida luna rendeva visibili i suoi contorni sfocati. Passò così almeno un’ora, poi raggiunse una piccola spiaggia. Risalì le scale e tornò in città. Era bagnato fradicio, ma per il momento non gli interessava. Attraversò la strada di corsa lasciando dietro di sé le impronte umide delle sue scarpe. Andò sul retro di un palazzo ed iniziò a scalarlo. Salì una decina di piani poi si fermò, esausto. Era fermo in una rientranza del muro. Era una settantina di centimetri di profondità. Ci stava giusto. Si prese le ginocchia con le braccia e cominciò a piovere.

Che ore sono?


Si addormentò, fermo nella rientranza, al riparo dalla pioggia.

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